Il Primo Maggio non è una ricorrenza neutra. È una linea di verità dentro la storia. Non nasce per essere ricordato, ma per essere attraversato. Porta con sé il peso delle lotte, delle ingiustizie subite, delle conquiste pagate a caro prezzo. Non è una festa innocua: è il segno di un conflitto che ha prodotto coscienza, diritti, dignità. La sua origine non è celebrativa, ma radicalmente concreta: nasce dalla richiesta elementare di tempo di vita, di rispetto, di riconoscimento umano. 

Per questo ogni tentativo di ridurlo a simbolo formale o a passaggio rituale lo svuota. Il Primo Maggio o incide nel modo in cui stiamo nella realtà oppure si trasforma in una commemorazione sterile. Non è una data da difendere: è una posizione da assumere.

Al centro di questa posizione c’è una verità che non può essere aggirata: il lavoro non è una variabile economica, è un fondamento umano e democratico. Non perché produce ricchezza, ma perché costruisce la persona e rende possibile la vita sociale. La stessa storia del movimento dei lavoratori lo testimonia con chiarezza: il lavoro è stato il luogo attraverso cui si è costruita libertà, uguaglianza, partecipazione. 

Quando questa verità viene tradita – quando il lavoro diventa sfruttamento, precarietà sistemica, marginalità – non siamo davanti a un problema tecnico. Siamo davanti a una frattura dell’umano. È lì che il Primo Maggio torna a essere necessario, perché richiama tutti a una responsabilità che non può essere delegata.

Oggi questa responsabilità si misura su due fronti che non possiamo evitare. Il primo riguarda i giovani lavoratori. Sono loro il punto più esposto di questo sistema: entrano nel mondo del lavoro spesso senza tutele reali, attraversano contratti fragili, vivono condizioni che non garantiscono stabilità né crescita. Eppure non chiedono scorciatoie. Chiedono lavoro vero. Chiedono contesti dove valga la pena investire la propria vita. Non rifiutano il lavoro: rifiutano il lavoro che non riconosce la loro dignità.

Il secondo fronte è ancora più duro, e non consente retorica: le morti sul lavoro. Non sono incidenti inevitabili. Sono una sconfitta collettiva. Ogni vita spezzata mentre si lavora è una ferita che interroga direttamente la qualità del nostro sistema economico e sociale. La storia stessa del Primo Maggio porta dentro questo grido: lavoratori caduti nelle lotte e lavoratori che ancora oggi muoiono per mancanza di sicurezza, per responsabilità organizzative, per inadeguatezza delle condizioni di lavoro. 

Non possiamo abituarci. Non possiamo normalizzare. Perché quando il lavoro uccide, significa che ha smarrito il suo senso.

Dentro questo scenario cambia il punto di partenza. Non sono i giovani a essere inadeguati. È il sistema educativo, sociale e produttivo che deve essere interrogato. Ed è esattamente in questo punto che la responsabilità di una realtà come ENGIM diventa evidente e non rinviabile.

Per noi il Primo Maggio non è esterno. Tocca il cuore della nostra missione, perché operiamo nel punto più delicato: la soglia tra formazione e lavoro, tra attesa e possibilità, tra esclusione e accesso. È lì che si decide se una persona entra nella vita con dignità o viene progressivamente marginalizzata.

Per questo la formazione professionale non può essere pensata come un servizio tra gli altri. È un presidio democratico. Ogni percorso formativo, ogni laboratorio, ogni relazione educativa è un atto che incide sul futuro delle persone e sulla qualità della società. Non si tratta semplicemente di trasmettere competenze, ma di costruire condizioni perché nessuno venga lasciato indietro. Ne perdantur.

Dentro questa prospettiva emerge con forza un altro elemento decisivo: il lavoro non è mai un fatto individuale. La sua storia è una storia di legami, di alleanze, di costruzione collettiva. Le conquiste non sono nate da solitudini, ma da comunità capaci di tenere insieme interessi concreti e bene comune. Anche il ruolo del sindacato, nelle sue espressioni più mature, ha mostrato questa capacità: non fermarsi alla rivendicazione immediata, ma generare sintesi più ampie, capaci di tenere insieme la complessità della società. 

Oggi questa dimensione è nuovamente sotto pressione. La frammentazione degli interessi, la polarizzazione, la difficoltà di costruire visioni condivise rischiano di indebolire il tessuto sociale. E questo interpella direttamente anche le comunità educative. Una comunità che non costruisce legami, che non genera corresponsabilità, che non tiene insieme le differenze, perde la sua funzione. Non basta fare bene le cose: bisogna farle dentro un orizzonte comune.

Il Primo Maggio, allora, non è un punto di arrivo. È una promessa che chiede di essere rilanciata. Fin dalle sue origini è stato pensato come un processo, come un movimento verso rapporti sociali più giusti, più umani, più sostenibili. 

La domanda che ci viene consegnata è semplice e radicale insieme: stiamo dentro questa promessa oppure la stiamo consumando? Perché il rischio più grande oggi non è solo perdere il lavoro. È perdere il senso del lavoro. E quando si perde il senso, si perde anche la direzione.

Per questo il Primo Maggio non chiede dichiarazioni, ma scelte. Scelte che riguardano il modo in cui formiamo, accompagniamo, costruiamo contesti, assumiamo responsabilità. Non si tratta di celebrare il lavoro, ma di restituirgli verità. Non si tratta di difendere un principio, ma di incarnarlo.

Il lavoro, quando è vero, non produce solo reddito. Produce dignità, genera legami, apre futuro. Quando questo accade, il Primo Maggio è festa. Quando questo non accade, resta un richiamo esigente, che non possiamo aggirare.

«Il lavoro è libero, creativo, partecipativo e solidale: è la via attraverso cui la persona realizza la propria dignità e contribuisce al bene comune»
(ispirata a Evangelii Gaudium, 192)

padre Antonio Teodoro Lucente
Presidente ENGIM