Sono tanti i cambiamenti che stiamo vivendo, dall’intelligenza artificiale alle nuove dinamiche del mercato del lavoro, alle sfide educatiche da affrontare al fianco delle nuovo generazioni.
Con quali consapevolezze e strumenti stiamo lavorando in ENGIM?
1. La cooperazione non si insegna, si allena
I dati emersi nel recente documento "How Workers Use, or Don’t Use, their Skills in the Workplace" dell'OECD parlano chiaro: nelle economie moderne, la collaborazione e l’auto-organizzazione sono le competenze più richieste. Le competenze cooperative sono sempre più preziose perché riducono i costi di coordinamento e aumentano l'adattabilità dell'azienda ai cambiamenti, mentre la capacità di pianificare le proprie attività e decidere come svolgerle è la competenza più segnalata dai lavoratori, superando di gran lunga le abilità di elaborazione delle informazioni.
Queste competenze trasversali ed in particolare la cooperazione, però non possono essere "formate" come si fa con la matematica, ma occorre "allenarle" in situazioni concrete, in un ambiente reale. Risulta sempre più evidente che l'apprendimento in contesto lavorativo non è solo più finalizzato alla formazione di competenze tecniche, ma è l'unico 'strumento didattico' disponibile per allenare le competenze trasversali.
2. L’IA è una materia prima, non un destino
È di estremo interesse il modello dell'Estonia, il primo Paese in Europa a includere l'alfabetizzazione all'IA direttamente nel curriculum nazionale in modo capillare, collaborando attivamente con aziende tecnologiche per creare ambienti educativi sicuri e monitorati scientificamente. In altri paesi tra cui l'Italia, invece, l’IA nella scuola fa paura perché mette a nudo le fragilità del sistema e fa emergere una scuola che confonde ancora la memorizzazione con lo studio, la valutazione con il controllo, la didattica con il programma da finire. Questa è la sfida di cui la formazione professionale si è fatta carico da molti anni: usare il mondo reale per farlo diventare una opportunità formativa. L'uso dell'IA è solo l'ultimo esempio di una formazione che deve essere sempre più attenta a formare studenti capaci di usare strumenti complessi in modo consapevole, passando dalla velocità di risposta alla capacità di porre le domande giuste.
Il Report AI/TEENS conclusosi alla fine dello scorso anno (avviata dal TUMO Center for Creative Technologies) rivela inoltre una verità che noi adulti spesso ignoriamo: gli adolescenti non sono consumatori passivi, ma i primi stakeholder dell'intelligenza artificiale. Tre punti chiave dagli approfondimenti:
- Co-creazione, non presenza simbolica: I ragazzi chiedono un posto al tavolo delle decisioni. Hanno dimostrato una maturità politica sorprendente, gestendo una staffetta di 24 ore in 16 città nel mondo.
- "Virtually Friends": Vedono l’IA come uno spazio sicuro, privo di giudizio, ma sanno che la vera amicizia richiede vulnerabilità e conflitto. Un'analisi lucida del confine tra umano e digitale.
- Rivoluzione pedagogica: In un mondo di risposte istantanee, la scuola deve smettere di premiare la velocità e iniziare a coltivare la capacità di porre le domande giuste e il giudizio critico.
Smettiamo di parlare di loro. Iniziamo a costruire con loro.
3. Leadership condivisa: l'umiltà come energia creativa
Nella nostra organizzazione stiamo sperimentando da anni la leadership condivisa. Non è un semplice esercizio di delega, ma una scelta di fiducia e di condivisioone pervasiva. Le cose possono funzionare davvero, specialmente in un ente di terzo settore come il nostro, soprattutto se si percepisce l'importanza di non avere sempre ragione, di lasciare spazio, di fidarsi delle valutazioni dell’altro anche quando si sceglierebbe diversamente. È questo "lasciare spazio" che trasforma un gruppo di lavoro in una comunità creativa. Un'interessante lettura in materia è "2 capi meglio di uno!"
4. Oltre la "trappola statistica": rimettere al centro la persona
I dati dell’ultimo Rapporto CNEL sui NEET ci consegnano un numero apparentemente positivo: il tasso di NEET in Italia è al suo minimo storico (17,3%). Ma i numeri vanno letti nelle loro pieghe più profonde per non cadere in una pericolosa "trappola statistica". Perché questo calo non ci permette di abbassare la guardia?
- L'effetto denominatore: La diminuzione dei giovani che non studiano e non lavorano è drogata dal calo demografico e da una "fuga di cervelli" e di braccia che svuota soprattutto il nostro Mezzogiorno.
- Invisibilità: Chi resta ai margini oggi è spesso più fragile, lontano dai radar dei servizi pubblici e intrappolato in contesti dove il divario regionale è una condanna geografica.
Non ci interessano solo le percentuali macroeconomiche. Ci interessano le persone. "Che nessuno si perda" significa capire che dietro ogni punto percentuale in meno c'è il rischio di un giovane che ha smesso di cercare non perché ha trovato lavoro, ma perché ha perso la speranza o ha dovuto lasciare la propria terra.
La vera sfida per noi, per la politica e per il sistema formativo, non è gestire le statistiche, ma abitare la soglia dell'esclusione. Dobbiamo trasformare la formazione professionale in un ponte solido, capace di recuperare chi è rimasto indietro e di offrire a tutti — indipendentemente dal codice postale di nascita — il diritto di sognare il proprio futuro in Italia.
Il futuro non è un dato statistico. Il futuro è il presente di ogni ragazzo che accogliamo nei nostri centri.
La vera follia è aspettarsi risultati diversi facendo sempre le stesse cose. Il nostro lavoro acquista significato solo quando ci sentiamo parte di una storia che non è la nostra, ma quella dei giovani che accompagniamo.
E a loro dobbiamo dire grazie per l'opportunità che ci danno di abitare, insieme, la soglia del domani.
Marco Muzzarelli
Direttore Nazionale ENGIM